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Good People 2016-11-16 | Comentarios:

Spiegare l'islam all'epoca della caricatura

Spiegare l’islam all’epoca della caricatura

Adnane Mokrani

(Colaboración Especial)

 

Come possiamo spiegare l’islam nell’epoca della caricatura?

Non intendo qui solamente le caricature disegnate e pubblicate da alcuni giornali europei in Danimarca, in Francia e altrove, ma intendo soprattutto le caricature “mentali” segnate nel pensiero e nell’anima, e che hanno permesso sia le caricature di Charlie Hebdo, sia la violenza dei criminali che hanno commesso la strage. I due atteggiamenti rappresentano in modi diversi caricature mentali della stessa persona, Muhammad il Profeta dell’islam, visto come una persona violenta e aggressiva, da imitare o da prendere in giro.

Karen Armstrong, nel suo libro Maometto, vita del Profeta (il Saggiatore, 2004), intitola il primo capitolo “Maometto il nemico” (pp. 19-48), sintetizzando la Storia dell’immagine di Muhammad in Occidente. Armstrong ha voluto, con questo libro e un altro dedicato al Profeta ma non tradotto in italiano, colmare il divario tra “Maometto” e “Muhammad” [1], tra il Profeta dei nemici e il Profeta degli amici, quello della Storia e soprattutto della fede islamica. Nonostante gli sforzi di tanti studiosi occidentali ed istituti europei per presentare una visione più obiettiva e comprensiva del Profeta, sembra che l’immagine caricaturale persista ancora.

Dall’altra parte, i terroristi stessi, che pretendendo di difendere anzi “vendicare” il Profeta, hanno una caricatura mentale più pericolosa e dannosa, non solo perché si esprime tramite la violenza e l’omicidio, ma anche perché conferma paradossalmente l’altra caricatura, conferma esattamente ciò che voleva negare e denunciare. Le due caricature si nutrono l’una dell’altra, e senza voler mettere sullo stesso piano un abuso di libertà e un abuso di fondamentalismo, l’ultimo è sempre più pericoloso.

Come possiamo uscire da questo circolo vizioso, e parlare dell’islam e del suo Profeta in modo sereno, conservando allo stesso tempo il diritto alla critica e il rispetto all’esperienza religiosa basata sull’esempio profetico?

Il punto di partenza potrebbe essere conoscere la reazione del Profeta all’insulto e alla provocazione, com’è stata descritta dal Corano stesso, il libro sacro dell’islam. Qui si vede di più la differenza radicale tra il modello religioso del Profeta e il tradimento fondamentalista a questo modello:

Il Corano cita in tante occasioni gli insulti che ha subito il Profeta, chiamato dalla propria gente: pazzo, stregone, bugiardo, ecc. … come ad esempio: “Il vostro compagno non è un folle (o posseduto)”, (81, 22), vede anche (6, 15), (27, 26), (37, 36), (44, 14), (51, 39, 52), (52, 29), (54, 9), (68, 2, 51). Si nota nel versetto che nonostante l’insulto, il Profeta è nominato “compagno” e non “nemico” delle persone che l’hanno insultato.

Troviamo una serie di versetti che indicano la risposta giusta alla provocazione: ignorarla. Il silenzio, e non la rabbia, è la risposta che spegne il fuoco dell’odio e del disprezzo. Rispondere alla provocazione con la rabbia è fare esattamente quello che vogliono i provocatori, ridicolizzare l’altro. Il silenzio permette di uscire dallo stato emozionale irrazionale e tornare allo stato normale, quello sereno e razionale:

“I servi del Clemente sono coloro che camminano sulla terra con umiltà e quando gli ignoranti si rivolgono loro, rispondono: Pace”, (25, 63).

“[O Muhammad], tu pratica il perdono, ordina il bene e allontanati dagli ignoranti”, (7, 199).

Questo allontanamento non è una rottura, ma una occasione per calmare le anime, una pausa di riflessione, che finisce appena si cambia discorso:

“Egli vi ha rivelato nel libro che quando sentirete rinnegare i segni di Dio oppure sentirete deridere, non dovrete restare con loro che lo fanno, finché non cambieranno discorso, altrimenti sarete come loro. Dio riunirà gli ipocriti e i miscredenti nell’Inferno, tutti insieme”. (4, 140), vedi anche (6, 68).

Si vede dai versetti precedenti che la blasfemia non esiste nel Corano, non c’è una punizione terrestre, il castigo è lasciato a Dio nell’aldilà:

“Sia gloria al Signore dei cieli e della terra, il Signore del Trono, Egli è ben oltre le loro descrizioni. Lasciali discutere e giocare; vanno incontro al loro giorno, quello che è stato loro promesso”, (43, 82-83), vede anche (42, 70).

Troviamo in alcuni casi, una risposta dettagliata a certi insulti:

“Alcuni tra i ebrei stravolgono il senso delle parole e dicono: “Abbiamo udito, ma abbiamo disobbedito”. Oppure: “Ascolta, senza che nessuno ti faccia ascoltare” e ‘râ‘inâ’, contorcendo la lingua e ingiuriando la religione. Se invece dicessero: “Abbiamo udito e abbiamo obbedito”, e “Ascolta” e ‘unzurnâ’, sarebbe stato meglio per loro e più retto. Ma Dio li ha maledetti per la loro miscredenza, e pochi di loro crederanno”, (4, 46).

Qui non troviamo il silenzio come risposta, troviamo invece parola contro parola: non dite questo ma dite quello, non dite ‘râ‘inâ’ ma dite ‘unzurnâ’, che sono due sinonimi in arabo che significano: “guardaci” o “prenditi cura di noi”. Ma la prima formula in ebraico significa: “il nostro malvagio”, la parola Ra indica una divinità egizia che è diventata un altro modo per dire Satana in ebraico. Ovviamente, tutto ciò non deve essere una scusa per rivendicare un atteggiamento anti-ebraico o antisemita. I versetti parlano di un gruppo specifico di ebrei medinesi all’epoca del Profeta.

In un’altra situazione, il Corano chiede al Profeta e ai suoi Compagni di non insultare le divinità altrui. Si tratta precisamente degli idoli dei pagani arabi, i loro persecutori più feroci, per non provocare una reazione negativa e altri insulti contro i musulmani. E soprattutto perché insultare non è un atteggiamento virtuoso:

“Non insultate coloro che essi invocano all’infuori di Dio, ché non insultino Dio per ostilità e ignoranza”, (6, 108).

Un uomo chiese al Profeta di dargli un consiglio, la risposta fu: “Non arrabbiarti, non arrabbiarti, non arrabbiarti”, ripetuta tre volte. L’unica emozione umana comprensibile in caso di insulto da parte del Profeta era la tristezza e non la rabbia:

“Non rattristarsi per i loro discorsi”, (10, 65), (36, 76), vede anche (3, 176), (5, 41), (6, 33).

 “Vuoi forse consumarti di dolore per causa loro, perché non credono a questo racconto?”, (18, 6), vede anche (26, 3).

Il Profeta si sentiva triste perché pensava di non aver fatto abbastanza per trasmettere il messaggio, considerando il rifiuto e l’insulto come il proprio fallimento e non la colpa degli altri.

Dopo queste considerazioni ci si può chiedere legittimamente: come si può capire che alcune scuole giuridiche islamiche, secoli dopo la morte del Profeta, hanno scelto la pena di morte come punizione per la blasfemia? È lo stesso caso dell’apostasia, che è totalmente assente nel Corano e nella prassi del Profeta. Si tratta qui di una visione politica che vedeva nella blasfemia (come nell’apostasia) un tipo di ribellione o una sfida all’ordine pubblico. Poiché non c’è niente nel Corano che giustifichi la pena di morte in questi casi, i giuristi si sono appoggiati su alcuni detti attribuiti al Profeta che sono abbastanza discutibili e contraddicono il Corano stesso. Altre grandi scuole, invece, non hanno considerato nessuna pena per i colpevoli di blasfemia.

Un altro punto importante, è quello delle guerre condotte dal Profeta e dai suoi successori, in particolare le conquiste militari che hanno cambiato la Storia umana per sempre.

Da notare, innanzitutto, che il Corano non giustifica mai la guerra offensiva, la guerra non può essere che difensiva e limitata a fermare l’aggressione, come mostrano questi versetti

“Combattete per la causa di Dio contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Dio non ama coloro che eccedono”, (2, 190).

 “Aggredite coloro che vi aggrediscono. Temete Dio e sappiate che Dio è con coloro che Lo temono”, (2, 194).

 “Se punite, fatelo nella misura del torto subìto. Se sopporterete con pazienza, ciò sarà [ancora] meglio per coloro che sono stati pazienti. Sii paziente! La tua pazienza [non viene da altri] se non da Dio. Non ti affliggere per loro e non farti angosciare dalle loro trame”, (16, 126-127).

“Se inclinano alla pace, inclina anche tu ad essa e riponi la tua fiducia in Dio. Egli è Colui che tutto ascolta e conosce”, (8, 61)

In questa ottica, troviamo che reagire alla violenza con la violenza è consentito a determinate condizioni: che sia una legittima difesa; proporzionata e non esagerata, fermata al primo segno di pace; la pazienza e la non-reazione è auspicabile.

Il Profeta fu perseguitato alla Mecca, la sua città natale, per ben 13 anni, fino ad essere costretto a chiedere rifugio a Medina, dove fondò la prima comunità libera. Ma i meccani hanno proseguito la loro guerra contro di lui e i suoi Compagni, formando una alleanza tribale per assediare i medinesi. Le guerre del Profeta erano tutte guerra di difesa contro la manaccia meccana, non ha mai condotto una guerra di conquista. Le conquiste sono cominciate dopo la sua morte secondo la cultura politica del tempo e non perché il Corano lo dice o il Profeta le ha raccomandate. La Storia islamica non è stata sempre fedele all’ideale profetico.

Il modello profetico rimane un orizzonte aperto da sviluppare e di cui attualizzare tutte le potenzialità. La Storia non è la prigione della fede, ma il palco della sua realizzazione. La Storia non è sacra, e i musulmani non sono tutti santi. È giunto il momento di considerare di più le persone che interpretano i testi, “il Corano è muto, la gente che lo fa parlare”, come dice l’Imam Ali, il discepolo più vicino al Profeta. I testi sono lo specchio delle nostre anime, nel bene e nel male. Nutrirebbero l’esperienza religiosa, ma non la sostituiscono. Senza l’incontro con il divino, senza un cuore puro e sano, la lettura diventa una selezione ideologica ed egoistica per giustificare gli interessi e i desideri. Il fondamentalismo violento non è altro che una “santa ignoranza”, come lo chiama Olivier Roy, non ha l’onore né la dignità d’essere chiamato  una lettura oppure un approccio, nemme

 

[1] Il titolo originale: Muhammad, a biography of the Prophet (1992), e si vede qui che l’editore italiano ha preferito tradurre “Muhammad” con “Maometto”.


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